Può lo sport aiutare a diffondere la sostenibilità ambientale?

Sappiamo tutti quanto lo sport possa veicolare diverse tipologie di messaggio e quanta mobilitazione possano creare tali messaggi se affidati ai giusti canali di comunicazione.

Il concetto di Environmental Responsibility coinvolge un crescente numero di persone ogni giorno e le aziende sono sempre più responsabilizzate a livello di Corporate Social Responsibility.

Anche gli operatori della Sport Industry non ne sono immuni.

Società sportive, leghe, brand e atleti si trovano a dover fare i conti con l’impatto ambientale dello sport sull’ecosistema locale e globale.

In che modo?

Facciamo un esempio prendendo in esame lo sport più diffuso e seguito in Italia: il calcio. Possiamo valutare l’impatto del calcio sull’ambiente?

Non è semplice farlo poiché ci sono tanti diversi fattori che vanno considerati ma, in linea generale, possiamo tener conto di:

  • i consumi energetici degli impianti sportivi;
  • la quantità di rifiuti generati dai consumi di pasti e bevande durante gli eventi;
  • l’inquinamento generato da mezzi di trasporto utilizzati per raggiungere lo stadio.

Ma quanto inquina mediamente l’industria del calcio?

La Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, attraverso il progetto Life Tackle (Teaming up for A Conscious Kick for the Legacy of Environment) cofinanziato dalla Commissione europea con il programma Life e supportato dall’UEFA, indaga sui processi di smaltimento dei rifiuti e di utilizzo energetico dello Stadio Ferraris di Genova, dell’Olimpico di Roma, del Mapei di Sassuolo e di altri stadi a Bruxelles, Siviglia, Dublino e Porto.

Progetto Life Tackle

Tenendo conto di tutte le partite organizzate dalle associazioni calcistiche nazionali europee, la produzione complessiva di rifiuti è stata stimata in 750mila tonnellate all’anno.

Una cifra non indifferente che ha creato la necessità di realizzare diversi progetti per migliorare la gestione ambientale delle partite di calcio.

Se consideriamo che il calcio è uno dei più grandi opinion maker per il pubblico e che calciatori e squadre possono essere considerati entità molto influenti sui loro tifosi, perché allora non utilizzare tale influenza in maniera positiva tramite adeguate campagne di marketing a favore dell’eco-sostenibilità?

Di fatto, i più attenti a queste tematiche sembrano essere Millennials e Generazione Z quindi, anche nel mondo dello sport, sensibilizzare i tifosi e creare consapevolezza è un aspetto chiave per attirare ancor più questo tipo di fan e, al contempo, contribuire all’ambiente.

Varie squadre hanno quindi deciso di adottare delle politiche interne più eco-sostenibili anche, e soprattutto, per sensibilizzare il loro bacino d’utenza.

Ma quali azioni sono state fatte finora?

Il Cagliari Calcio (forse il club di Serie A più attivo su questo fronte) per far percepire l’impatto sul territorio locale, si è posto come obiettivo l’eliminazione totale della plastica dallo stadio (posate, piatti, bicchieri – il comunicato ufficiale della società parlava di circa 4.000 bicchieri utilizzati durante ogni partita) sostituendola con il PLA, materiale completamente biodegradabile.

Come l’ha fatto?

Allacciandosi alla sua precedente campagna social denominata “#ILNOSTROIMPEGNO” (campagna promossa insieme a Ichnusa e Legambiente per ripulire le aree deturpate dai rifiuti) e lanciando sui social un video con protagonisti due suoi calciatori per rafforzare il suo messaggio a salvaguardia dell’ambiente, contribuendo ad eliminare una delle principali cause di inquinamento.



Inoltre, notizia di circa un mese fa, il Cagliari Calcio ha appena lanciato, assieme ai suoi partners, il progetto “Tutti allo stadio in autobus” per promuovere la mobilità sostenibile, incentivando i tifosi ad usare l’autobus appositamente dedicato e riducendo quindi il numero di auto che i fan useranno per raggiungere lo stadio.

Nel 2016 la Juventus è stata l’unica squadra a eseguire la cosiddetta LCA (LifeCycle Analysis), cioè una valutazione del ciclo di vita di una partita di calcio dove l’obiettivo era lo studio dell’impatto ambientale di una partita di Serie A per poi, in base ai risultati ottenuti da questa ricerca, proporre azioni concrete per ridurlo il più possibile.

Il club inglese Burnley ha da poco lanciato un’interessante iniziativa chiamata Evergreen: verrà piantato un albero per ogni terza maglia venduta. Gli alberi saranno piantati al Whitehough Outdoor Centre di Burnely, un parco della città.


Nel 2016, per gli Europei di Calcio, l’UEFA allacciò alla sua campagna marketing “Respect” una grande enfasi per la sostenibilità ambientale.

Come?

  1. incoraggiando l’utilizzo dei trasporti pubblici e delle passeggiate per raggiungere gli impianti con una partnership con SNCF, la compagnia ferroviaria nazionale francese;
  2. cercando di riciclare il 50% dei rifiuti generati dalle partite;
  3. limitando l’utilizzo di acqua ed energia.

Inoltre, consapevolezza e tematiche ambientali hanno fatto nascere e crescere la domanda di stadi sempre più “green”. Quali? A Melbourne (Australia), l’AAMI Park Stadium ha un sistema di drenaggio che raccoglie l’acqua piovana per poi riutilizzarla nello stadio o per altre funzionalità della zona.

Si stima un risparmio di circa 1 milione e mezzo di litri d’acqua all’anno.

A Dublino, l’Aviva Stadium è alimentato solamente da fonti di energia pulita con circa 3000 tonnellate di emissioni evitate ogni anno.

A Taiwan, il National Stadium ha ben 8844 pannelli solari che compongono il suo tetto e l’energia che lo stadio accumula ma non utilizza viene immessa nella rete elettrica della zona circostante. 

Nationa Stadium Taiwan
National Stadium, Taiwan

Può quindi lo sport far crescere la consapevolezza e dare nuovi stimoli per la sostenibilità ambientale?

La mia risposta è: “Sì, con azioni concrete e sfruttando il potere anche del digitale per campagne marketing ben strutturate, comunicative e ingaggianti si può fare un notevole passo in avanti.”

Approfondimento di Luca Baldissera

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